INCHIESTA – IL BRUTTO AFFARE DEI LAGER BOSNIACI

Da anni svolgono volontariato, salvando tanti randagi da morti brutali. Ma spesso intralciano loschi affari… La storia e l’intervista

di Virginia Perini

È notte. Il viaggio in macchina è stato lungo e la tensione è sempre alta. La felpa con cappuccio è la cosa più comoda da indossare e servirebbero anche i guanti ma rallentano operazioni che, invece, devono essere velocissime e mirate. Un gruppo di ragazzi muniti di torcia sa già che strada percorrere e quale cancello forzare. Dovranno far uscire più di trenta cani senza fare rumore e scappare lontano, senza essere fermati. Solo una volta in Italia saranno tutti salvi e potranno iniziare le cure e le campagne d’adozione, per quelli che ce la faranno. Sembra un thriller, uno scenario da film, ma non lo è: «liberare gli animali dai canili lager bosniaci è un’esperienza che lascia il segno, oltre che farci rischiare violenze e chissà che altro».

Mentre la lotta per i diritti degli animali sembra procedere verso importanti conquiste, i volontari della Onlus Prijedor Emergency svelano mondi preoccupanti. Da anni si battono per salvare cani e gatti destinati al mercato nero o a una morte violenta nelle strutture più tristi e incivili d’Europa.

«La nostra associazione prende il nome da una cittadina della Bosnia, sede di uno dei canili lager peggiori d’Europa: quello di Kurevo – racconta Valentina Grancini, volontaria -. Prima della pandemia, che ha bloccato le dogane tra Bosnia e Croazia e ha reso i viaggi della speranza ancor più impossibili, una o due volte al mese noi volontari andavamo là, dove abbiamo acquistato un terreno di 12mila mq e costruito un rifugio per cani randagi, per liberare di nascosto animali che altrimenti avrebbero fatto una fine atroce, dai combattimenti clandestini al mercato nero. Oppure direttamente la morte. Dobbiamo continuare a muoverci così perché non esistono leggi a cui appellarsi, niente di niente». E prosegue: «Il venerdì è il giorno nero: ogni settimana, in questo giorno, i cani vengono barbaramente uccisi nei modi meno ortodossi possibili che vanno dal veleno per i topi nel cibo alle bastonate, fino ai pezzi di vetro nella pappa e alle impiccagioni. Gli operatori del canile fatturano circa il corrispettivo di 35 € per ogni soppressione dichiarata al Comune: un guadagno incredibile data la quantità dei cani. Nessuna riforma potrà mai avere seguito, il giro di soldi fa comodo e più cani ci sono meglio è. Le campagne di sterilizzazione che in Italia sono ormai di prassi, là non hanno funzionato: quella organizzata con tanta buona volontà dall’associazione internazionale Dogs Trust, ha funzionato per pochi mesi, per poi essere trasformata in un giro di soldi a discapito degli animali. I cani non venivano realmente sterilizzati e la fattura veniva presentata ugualmente».

Partiamo dal principio… come organizzate i salvataggi e come portate i cani in Italia?

«Prima del Covid-19 organizzavamo partenze dalla Bosnia con 5 cani per macchina, ogni auto tentava un confine diverso a diversi orari della notte. L’operazione poteva durare parecchie ore perché se i sorveglianti del lager ci avessero “beccato” saremmo stati davvero nei guai. Sono capaci di ammazzarci a bastonate. Un collega due anni fa è stato picchiato a sangue. Altro tempo si perdeva al confine: i doganieri trovano qualsiasi cavillo per rispedire indietro i cani, anche se i documenti sono in regola. A complicare il tutto c’è il fatto che i vari varchi di confine sono lontani tra loro. Appena fuori si caricavano i cani sulle macchine deputate al trasporto in Italia (altri volontari arrivano dalla Francia e dalla Germania) e si ripartiva. Oggi purtroppo siamo costretti ad affidarci a uno “staffettista” che ha contatti in dogana e riesce per cifre enormi a portare i cani (solo cinque per ogni viaggio) nelle nostre strutture a Palmanova, Cremona e Milano».

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate?

«Le autorità cittadine ci sono nemiche poiché intralciamo una delle migliori fonti di lucro che hanno. In Bosnia non esiste il concetto di tutela degli animali e sono disposti a tutto pur di far fruttare la miriade di randagi che hanno. Oltre a ciò la mancanza di risorse umane in loco ci impedisce di essere più efficaci. Due volontari si occupano di circa 300 cani. Ultima, ma non meno importante, la difficoltà economica: mancano costantemente i fondi per aiutare le povere creature ed essere sempre pronti ad affrontare ogni emergenza».

In Italia c’è attenzione a questo tema, vi arrivano aiuti e sostegno?

«L’attenzione sta crescendo e le persone acquistano via via fiducia nel nostro operato. Abbiamo una pagina Facebook, un account Instagram e Twitter molto attive, dove aggiorniamo costantemente quello che viene fatto grazie agli aiuti che ci arrivano (migliorie, acquisto di cibo, emergenze veterinarie, staffette per portare i piccoli in Italia). Inoltre, c’è un sito internet (www.prijedoremergency.it) che spiega dettagliatamente la nostra storia e il nostro lavoro di volontari. Siamo ancora una realtà piccola, ma piano piano stiamo guadagnando visibilità e credibilità».

Disturbate qualcuno là, dunque?

«Il nostro volontariato è ritenuto scomodo dagli operatori, dai veterinari e dagli ispettori del Kurevo Asylum, innanzitutto perché mette in luce a livello internazionale le ingiustizie, il non rispetto delle norme sanitarie, le violenze e l’incuria perpetrata all’interno del canile municipale (che è sito al centro della discarica cittadina di Prijedor, proprio in mezzo a una montagna di rifiuti maleodoranti e liquame). Inoltre sottraiamo (legalmente e non) cani al canile della morte che è purtroppo una grossa fonte di lucro per chi lavora intorno al business del randagismo: gli operatori guadagnano sia sulla detenzione sia sulla soppressione degli animali. Infatti, per ogni cane a cui viene fatta l’eutanasia (o meglio per cui viene dichiarata eutanasia, ma come dicevo prima, stiamo parlando di pezzi di vetro nel cibo o veleno per topi, bastonate o colpi di fucile) viene presentata fattura al Comune, in quanto servizio ecologico e di prevenzione del randagismo».

La legge che cosa dice?

«Il Kurevo Asylum non rispetta alcun requisito di legge, è un luogo che sopravvive nell’illegalità e grazie ai favoritismi di alcune personalità di spicco all’interno del distretto e grazie al totale disinteresse di autorità e cittadini in merito alla questione della dignità animale. La legge sulla tutela degli animali esiste, ma a nessuno interessa farla rispettare, questo non solo a Prijedor, ma in tutta la Bosnia (basti pensare all’esempio del Hresa Asylum nei pressi di Sarajevo, un kill-shelter dove nessun cane può uscire una volta entrato). Nell’ultimo mese sono stati riscattati legalmente più di venti cani che versano in condizioni improponibili: magri al limite dell’anoressia, affetti da rogna, ricoperti di pulci e zecche, feriti o invalidi».

E chi potrebbe darvi una mano per proseguire in questa grande opera di civilizzazione che portate avanti?

«Potrebbe aiutarci un’azione internazionale di grandi associazioni animaliste, che porti alla ribalta la terribile verità dello sfruttamento animale in Bosnia, insomma, che se ne parli così tanto in Occidente da costringere chi mette in atto questo sfruttamento a scendere a patti con le leggi europee, sottoponendosi a controlli internazionali che fermino questo scempio».

I cani salvati sono tanti, per aiutare o conoscerne altri scrivi a: prijedoremergency@gmail.com

Post Author: Valeria Cudini

Valeria Cudini

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