PANTELLERIA, L’ISOLA CHE NON TI ASPETTI

La chiamano la “perla nera del Mediterraneo” ma, a mio avviso, ogni definizione va stretta a quest’isola vulcanica fatta di sole violento, blu profondo, turchese acquario, giallo oro di campagna, terra arsa e vitigni, e verde di una natura in continua trasformazione.

Per me Pantelleria, se proprio devo definirla, è un camaleonte che muta in modo inaspettato, sorprendente. Non è facile capirla né amarla al primo sguardo. Occorre perseveranza, tenacia, fatica e, a volte, anche un po’ di coraggio. Ma quando ti entra dentro credo (e temo) che non ti molli più.

Siate pazienti, lasciatevi conquistare da questa terra così ricca di storia e tradizioni. Non siate superficiali, non cercate solo il “mare bello”. Pantelleria è molto di più. È un viaggio inaspettato nella storia, nella geologia, un’immersione nella natura che va dalle profondità marine ai boschi di montagna.

Pantelleria è solo Pantelleria. Non è retorica. Chi la conosce e se ne è innamorato lo sa.

A tutti gli altri un invito – lento – alla scoperta

di Valeria Cudini

Selvaggia, dura, difficile. Eppure al contempo emozionante, piena, viva, sorprendente. Un’isola che, nel bene e nel male, non può lasciare indifferenti. Certamente non è un’isola per tutti. Le discese a mare sono per lo più complicate sia in macchina sia in moto o motorino e c’è quasi sempre da camminare (molto), sotto il sole (violento) e non con ciabattine (please! – piuttosto andate a Rimini!) ma con delle buone scarpe da ginnastica.

Quante cose si possono dire su quest’isola più vicina all’Africa che alla sua stessa Sicilia a cui appartiene, ma forse più come cugina che come figlia. Deciderete voi la parentela. Prima, però, se avete voglia di un mare che sa di conquista e davvero autentico, Pantelleria è il posto che fa per voi. Ma non solo per questo. L’isola è sorprendente non soltanto per il mare da cartolina e le sue rocce vulcaniche a picco sul mare che a molti spaventeranno non poco. Per tutto il resto che c’è e che, appunto, non ci si aspetta.

Discesa a Balata dei Turchi

I fenomeni di vulcanesimo secondario e le zone termali

Forse avrei dovuto documentarmi meglio prima di partire così avrei saputo di quale sostanza fosse fatta quest’isola che a ogni scorcio si comporta da camaleonte e ti spiazza. Lo fa continuamente. Eppure credo che proprio il fatto di aver scelto di non sapere praticamente niente prima di partire mi abbia predisposto a una visione priva di ogni possibile condizionamento. Chissà se mi avessero detto di quanta fatica avrei fatto a volte se sarei rimasta dell’avviso di partire.

Ultimi passi per la Grotta di Beninkulà

E se non fossi partita quanto avrei potuto pentirmene? Perché Pantelleria ti strazia l’anima, ti riempie il cuore anche quanto vorresti un po’ insultarla per molte delle comodità che non ha. Eppure in quale altro posto puoi trovare un mare incontaminato con, tutto sommato, poca gente, una montagna che però è vulcanica, un’isola che in basso ha la terra arsa dal sole (ma solo nei mesi più caldi, a primavera fiorisce e profuma di piante officinali) ma poi, salendo, trovi pure i boschi e, circa a metà, quasi fossimo dentro al “dilettoso monte” dantesco, puoi godere di una grotta con sauna naturale (Grotta di Benikulà o Vedinicolao, “U vagnu asciuttu” – Il Bagno Asciutto) e, salendo ancora, scoprire le Favare, fenomeno di vulcanesimo secondario, dove la terra emana potenti getti di vapore acqueo misto a minerali che emergono dal sottosuolo e, in particolare, da spaccature della roccia. Pare magia ciò che ha fatto e continua a fare la natura, eppure è reale anche se spesso sembra di stare dentro a un film. E allora tutta la fatica anche dei percorsi di trekking – pensate che ci sono più sentieri che mare: si arriva a circa 100 chilometri di rete sentieristica ricavata dalle antiche mulattiere e sentieri di montagna – è facilmente ripagata. Una montagna viva, dove la terra mostra i segni del vulcanesimo attivo di Pantelleria. Quest’isola, infatti, rappresenta la punta emergente di un complesso vulcanico di cui è emerso il 28% circa mentre il restante 72% si trova sotto il livello del mare. L’isola è tutt’oggi un complesso vulcanico attivo. L’ultima eruzione risale al 1891 nella parte sommersa, sul pendio nord-occidentale.

“La creazione completa dell’isola è stato un lunghissimo e caldo travaglio […] ma il vulcano non si è mai fermato, tantissimi e ben visibili sono i segnali della sua presenza – racconta Silvio Palazzolo nella mini guida A spasso per Pantelleria -. Due sono i fenomeni che interessano l’isola, emissioni di acqua termale, Lago, Gadir, Scauri, Nikà, Sataria ed emissioni di gas e fumarole a basso flusso e temperature, le favare”.

Favara Grande

Le zone di acqua calda più utilizzate dai panteschi, che però non ho visitato se non di passaggio, sono la splendida Grotta di Sataria (purtroppo era chiusa), le cui sorgenti sono convogliate in alcune vasche a stretto contatto con il mare, e Gadir, che ha numerose sorgenti d’acqua calda disseminate lungo il suo porto.

Lo Specchio di Venere e la magia della luna piena

Mentre non vi ho ancora parlato dell’azzurrissimo lago Specchio di Venere (“U Vagno”) da cui sgorgano moltissime sorgenti termali con una temperatura che varia dai 30 ai 50 gradi. Ho scoperto che tali sorgenti sono ricche di silice e carbonato di sodio e che vicino e sulla riva del lago viene continuamente a depositarsi del fango che contiene minerali con proprietà terapeutiche e cosmetiche. Vi capiterà di vedere fuori dall’acqua persone il cui aspetto muta proprio perché ricoperte dai fanghi – una volta seccati sulla pelle questa appare ricoperta come da una crosta dura e grigiastra -. Le persone vi parranno degli alieni sbarcati su un pianeta sconosciuto  – che sia proprio Pantelleria? – che con i suoi mini crateri vulcanici a volte pare essere un paesaggio lunare, o giù di lì.

Specchio di Venere visto attraverso le piante

Il lago di Venere io l’ho visto il pomeriggio del primo vero giorno a Pantelleria in una giornata molto calda. Mi si è parato davanti in tutta la sua maestosità dopo una curva. Così, senza preavviso.

Specchio di Venere

Mi hanno detto che sarebbe valsa la pena andare a cena sul lago alla trattoria da Pina quando c’è la luna piena perché l’atmosfera è magica. Lo immagino, purtroppo non siamo riusciti a farlo anche perché luna piena l’ha fatta proprio la sera dello stesso giorno in cui eravamo andati al lago. Ma la sapete una cosa? La visione della luna piena in tutta la sua magnificenza ho comunque avuto il privilegio di averla. Mi sono svegliata intorno alle 5 del mattino. La finestrella dietro al nostro letto, che guardava verso il mare di Scauri, ci ha aperto a una visione magnifica: una striscia dorata, illuminava tutta la stanza. Mi sono svegliata di soprassalto, non capivo che cosa fosse. Ho guardato fuori ed era lei, che illuminava quasi a giorno il mare. Confesso che così grande, così bella con questa distesa sconfinata di acqua davanti io la luna non l’avevo mai vista. Un’immagine di una bellezza unica che si fa fatica a descrivere a parole.

Nel mare incantato di Balata dei Turchi e Arco dell’Elefante

I bagni più belli che ho fatto – intendendo con bagni non solo l’immersione in acqua ma tutto il contesto naturale intorno – sono stati tre tutti raggiungibili via terra: Balata dei Turchi, Martingana e Arco dell’Elefante. Per chi conosce l’isola sono considerati i punti più spettacolari consigliati in tutte le guide. Di solito io sono sempre un po’ in controtendenza, ma qui non c’è partita, occorre essere obiettivi: mare e costa meravigliosi e, in tutti e tre i casi, diversissimi. Per non parlare dei fondali con cui si apre un capitolo a parte e per me la medaglia d’oro va, inaspettatamente, all’Arco dell’Elefante. Non faccio immersioni, anzi sono solo pochi anni che faccio snorkeling e non so riconoscere i pesci o descrivere bene i fondali, ma posso dire con certezza che di fronte all’Arco dell’Elefante il paesaggio sott’acqua è a dir poco emozionante.

Arco dell’Elefante

Nel complesso, però, il posto che mi è piaciuto di più per la bellezza mozzafiato del panorama dintorno e della discesa a mare è senza dubbio Balata dei Turchi dove sono stata per ben tre volte in una sola settimana. Ogni volta è stato diverso, ogni volta è stato emozionante.

Due informazioni sul nome. “Balata” in siciliano significa pietra piatta di grandi dimensioni. Ecco, esattamente come gli scogli piatti e giganti che vi si trovano. “Dei Turchi” perché qui sbarcavano per razziare i “Turchi”, nome generico per intendere predoni. Se una volta era uno scalo naturale per i pirati, oggi è una splendida baia con una colata lavica che degrada sul mare e circondata da ampie scogliere a strapiombo che arrivano fino a 300 metri. L’acqua è turchese con sfumature dal blu intenso verde al violetto.

Il colore del mare a Balata dei Turchi

Raggiungerla in macchina o in moto non è semplicissimo: occorre percorrere una strada sterrata decisamente impervia e senza parapetto. Ma andando piano piano – meglio se si ha un fuoristrada (non gigante) – ci si riesce benissimo e, per chi non soffre di vertigini (e per chi non è alla guida!), guardate e fotografate nella mente il blu del mare così intenso di fronte e sotto di voi, vi sentirete liberi e parte di una natura che non smette di sorprenderci.

Poco arrivano le parole, molto più avanti va lo sguardo e ancora oltre l’anima che si bea di tali visioni e ti mette in uno stato di pace assoluta. Per chi, come me, durante l’anno vive in città, e ancor più per chi vive in grandi città, accadrà una sorta di magia (e non esagero, giuro!): dal secondo, massimo dal terzo giorno la vostra mente non riuscirà più a concentrarsi su tutte quelle che sono le preoccupazioni legate al lavoro, alle scadenze dei pagamenti, insomma tutto quanto ha a che fare con la vita frenetica che normalmente conduciamo. E così, ancora una volta quasi senza neanche accorgercene, ci ritroveremo completamente calati in una dimensione naturale. In fondo siamo fatti per essere in sintonia con i ritmi della natura, ecco perché basta veramente poco per riprendere questa buona e sana abitudine.

Tra le piccole una delle più grandi: serve tempo per quest’isola

Ed è qui che compaiono le dolenti note… E se si ha solo una settimana di tempo come si fa? In effetti Pantelleria è grande – e anche qui non mi ero documentata bene sulle dimensioni e, nel mio immaginario, doveva essere piccolissima -: ha una superficie di 83 Kmq, un perimetro di 51,5 km, 836 m di altezza del suo maggior picco Montagna Grande, una larghezza di 8 km e una lunghezza di 13,7 km; cioè è la più grande tra le isole circumsiciliane e la quinta italiana dopo Sicilia, Sardegna, Isola d’Elba e Isola di Sant’Antioco.

Martingana, luogo del cuore dentro il vulcano

Martingana – Dentro la franata vulcanica

Ma facciamo un passo indietro ai posti di mare più belli. Mi rimane da dirvi qualcosa su Martingana in cui, per motivi diversi da Balata dei Turchi, ho lasciato un pezzo di cuore. La cala si raggiunge, sempre facendo molta attenzione, in macchina o in moto. La strada è stretta e sterrata, con molte curve ma ha un piccolo parapetto. Si lascia la macchina in una sorta di spiazzo/parcheggio e per l’ultimo pezzo si prosegue a piedi. Anche qui il consiglio è di indossare delle buone scarpe da ginnastica. Rispetto a Balata dei Turchi arrivare di fronte al mare è più difficoltoso ma, con un po’ di accortezza, ci si fa bene. Qui godrete di un paesaggio vulcanico che non ha uguali. Praticamente vi sembrerà di camminare dentro ciò che rimane di un vulcano spento. E in effetti è proprio così. Si cammina in mezzo a due gigantesche pareti di colata lavica e si ha davvero l’impressione di essere in un altro mondo. Quando si arriva sul livello del mare, la cala è riparata dai venti (può fare davvero caldo), ma lo spettacolo che vedrete pararsi davanti a voi vi farà dimenticare umidità e fatica. L’acqua è tra il blu cobalto e il verde, bellissima e piena di pesci.

Colore dell’acqua a Martingana

Carrellata dal Museo vulcanologico a Cala dei Cinque Denti

Dall’alto verso Cala Cinque Denti

Questo viaggio lo abbiamo riempito di moltissime altre cose, anche se è durato solo una settimana, tanto che ci siamo ripromessi di tornare per più di un motivo, in primis il mancato giro in barca causa maestrale. Abbiamo visitato il Museo vulcanologico e siamo andati al faro di Punta Spadillo; abbiamo camminato sotto un sole caldissimo per raggiungere il Laghetto delle Ondine, un laghetto di acqua salata alimentato dal mare così chiamato perché si riempie durante le mareggiate che si infrangono sulla costiera.

Laghetto delle Ondine

Dal laghetto abbiamo poi proseguito a piedi per una bellissima passeggiata verso Cala Cinque Denti, un piccolo golfo riparato dai venti di scirocco che noi abbiamo visto solo dall’alto. Deve il suo nome alla forma dentellata della sua costa che si raggiunge molto più facilmente via mare. Dall’alto si ammirano rocce franate dalla scogliera che rendono infatti alcuni dei suoi tratti molto ripidi. Il mare  è blu intenso, ma scendendo più in basso si colgono sfumature smeraldo e turchese.

La vite ad alberello: dal 2014 Patrimonio dell’Unesco

Con mio sommo dispiacere non siamo riusciti a svolgere l’itinerario archeologico che, insieme a quello vulcanologico, credo di poter affermare con certezza, valga il viaggio. Però abbiamo percorso l’entroterra e abbiamo scoperto la meravigliosa Piana della Ghirlanda (Chiánu dā Ghirlánna), considerata il giardino dell’isola. Fa parte del Parco nazionale dell’isola e qui la pratica agricola della vite ad alberello per la sua importanza e unicità è stata riconosciuta nel 2014 dall’Unesco e iscritta nella Lista del Patrimonio immateriale dell’Umanità. Il motivo è legato a questa pratica agricola considerata eroica perché sida le estreme condizioni ambientali: costante presenza di venti, scarsa piovosità compensata da una forte umidità. Nel tempo sono state perfezionate pratiche di resistenza alla fatica e di cura delle piante e adeguamento alla varietà del suolo che rappresentano la forza della cultura rurale pantesca. È la prima volta che viene assegnato un riconoscimento di questo tipo, assoluto vanto per i panteschi che ricorrono a una tecnica di coltivazione particolarissima appresa addirittura dai Fenici e che prevede l’uso esclusivo della mano dell’uomo fino alla vendemmia che inizia a fine luglio. Le uve zibibbo che si ricavano da questi vigneti sono la materia prima per la vinificazione del prestigioso Passito di Pantelleria.

Perché, ricordiamoci, Pantelleria è considerata un’isola basata più sull’agricoltura che sulla pesca.

Piana della Ghirlanda – Filari di vite ad alberello

Un viaggio che non si conclude…

Se cominciamo a parlare di vino dovremmo parlare anche di cibo e qui si aprirebbe un capitolo che merita a mio avviso uno spazio dedicato.

Ecco perché voglio lasciarvi così sospesi tra la terra e il mare auspicando che questo mio racconto di pancia e cuore vi dia il giusto sprint per decidere di partire alla scoperta di quest’isola che, sono certa, vi incanterà.

Post Author: Valeria Cudini

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