27 anni senza Kurt Cobain

27 anni di vita, 27 anni senza di lui. Una vita così breve quella di Kurt Cobain. È meglio ardere in un’unica fiamma piuttosto che spegnersi lentamente (It’s better to burn out than to fade away). Questo verso, tratto dalla lettera di suicidio di Cobain, è una citazione dalla canzone di Neil Young intitolata My My, Hey Hey.

Eppure il tempo da cui Kurt Cobain manca nelle nostre vite, e nella vita della musica, pare essere così assurdamente lungo. Nell’anniversario della sua morte, il ricordo di #alpassocoitempi affidato alla nostra penna innamoratissima dell’artista rock

di Francesca Ratti

Sono passati ventisette anni, ventisette lunghi anni, da quel tragico 5 aprile 1994, ultimo giorno di vita di Kurt Cobain, leader e frontman dei Nirvana, eppure sembra trascorso solo un battito di ciglia.

Uomo fragile, Cobain, dotato di una sensibilità fuori dall’ordinario, di un’anima pura ma al contempo decadente, di una drammaticità esistenziale che lo hanno reso, suo malgrado, il portavoce di una generazione. La generazione X che incarnava gli Anni ’90 sprofondata in maglioni sformati, camicie a scacchi di flanella pesante, che ai piedi calzava anfibi militari e che alla tv guardava gli Mtv Unplugged.

Ciò che accadde davvero quel giorno,  rimane ancora avvolto in un nebuloso mistero sospeso tra realtà e leggenda.

Quello che sappiamo per certo è che Kurt Cobain fu trovato cadavere a causa di un colpo di fucile auto inferto alla testa, nella sua casa di Seattle, l’8 aprile, dall’elettricista Gary Smith con accanto le lettere dedicate alla moglie Courtney Love, alla figlia Frances Bean Cobain e all’amico immaginario Boddah, che accompagnava il cantante  fin dall’infanzia.

Nelle sue vene venne in seguito trovata una elevatissima dose di eroina mista a Valium, cocktail purtroppo abbastanza usuale per Cobain. Infatti, quasi un mese esatto prima della morte, vi fu un episodio allarmante.

Tra le ultime esibizioni dei Nirvana vi fu anche una tappa in Italia, il 23 febbraio 1994, al programma di RAI 3 Tunnel, dove suonarono Serve the Servants e Dumb.  In seguito, il 3 marzo 1994, Kurt si trovava a Roma, per una settimana di riposo con la famiglia dopo la conclusione del breve tour europeo, quando abusò di un mix di champagne e tranquillanti che lo portarono quasi alla morte.

Superata quella drammatica situazione, Cobain tornò negli Stati Uniti e il 30 marzo, di sua spontanea volontà, si fece ricoverare al centro di riabilitazione Exodus di Los Angeles, dove però rimase solo due giorni, prima di fuggirne il 1° aprile e tornare a Seattle. Da questo momento in poi la vita e la morte del leader dei Nirvana rimasero avvolte in una cortina di nebbia fino al suo drammatico ritrovamento.

Per chi lo ha amato come artista e come uomo questa rimane fredda cronaca. Impossibile dimenticare Kurt, l’anima fragile, i suoi occhi persi e sofferenti, la sua voce roca, profonda e disperata, il suo fisico gracile che si faceva sempre più minuto con il passare del tempo, il tenero vezzo di sistemare i capelli dietro le orecchie con un gesto nervoso e imbarazzato, il continuo peregrinare tra cliniche di riabilitazione e ospedali, la ormai insostenibile fobia per i media, che invadevano la sua privacy e quella della moglie Courtney Love e della figlia Frances, e per la folla che lo venerava come un dio, da quando i Nirvana, da semplice band di Seattle diventarono famosi in tutto il mondo con il loro inconfondibile sound nervoso, arrabbiato e disarmato al contempo.

Impossibile dimenticare la disperazione di questo ragazzo, che ha sopportato una sofferenza subdola e latente per tutta la sua breve vita a cui cercava di dare sollievo attraverso l’eroina sia a un dolore di stomaco mai diagnosticato con certezza sia a un male esistenziale che raccontava grazie alla  sua musica. Questo giovane uomo che si è tolto la vita a 27 anni, ha voluto fino all’ultimo condividere con noi le sue ossessioni, il suo terrore di non nutrire più passione per la cosa a lui più cara, la musica.

Impossibile dimenticare Kurt e la sua genialità, che si esprimeva tramite la sua musica, i suoi diari, le sue opere d’arte, disegni e sculture, ma soprattutto grazie ai suoi testi.

Manchi Kurt, ma non sarai mai dimenticato.

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Francesca Ratti

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