La mostra a Palazzo Reale a firma Valerio Berruti e dal titolo More Than Kids rappresenta il capitolo centrale più corposo della triade pensata e realizzata dall’artista in una prima parte alla Fondazione Ferrero di Alba (4 aprile-4 luglio 2025) e nell’ultima sempre ad Alba nella splendida cornice della Chiesa San Domenico. Un omaggio di Berruti alla sua città, ma anche e soprattutto un rapporto dialogico tra le opere e il contesto per cui sono state pensate e spesso persino ripensate. Un concetto che ci porta subito nella dimensione dell’arte contemporanea dove a contare è tutto: l’artista, la fisicità delle sue opere, il significato simbolico amplificato dall’ambientazione e dai continui richiami ai temi attuali, la colonna sonora.
Quella di Palazzo Reale è la più grande mostra personale mai realizzata dall’artista. Aperta dal 22 luglio scorso avrebbe dovuto chiudere il 2 novembre e invece, per nostra grande fortuna, la straordinaria accoglienza dei visitatori ha permesso anche a noi di Alpassocoitempi di poterla visitare, amare e studiare e portarvene un pezzettino anche a voi lettori che, se ancora non ci siete stati, avrete un’altra ventina di giorni di tempo per poterla visitare, ovvero fino al 30 novembre p.v.
More Than Kids, promossa dal Comune di Milano – Cultura, è prodotta e organizzata da Palazzo Reale e Arthemisia in collaborazione con Piuma e con il sostegno della Fondazione Ferrero di Alba, precedente cornice, come abbiamo detto, dell’altra mostra site-specific dell’artista.
Il progetto espositivo, curato da Nicolas Ballario, rappresenta un’occasione unica per il visitatore a cui viene offerta per la prima volta la possibilità di entrare in contatto diretto con opere di Berruti del tutto inedite e di una portata evocativa che nel panorama artistico contemporaneo ha, a nostro avviso, pochi eguali. Un viaggio immersivo nella poetica dell’autore, che vi toccherà nel profondo. Ne uscirete cambiati. Ne siamo certe.
di Valeria Cudini

Difficile capire da dove partire per raccontare quella che potremmo definire come una poetica rivoluzionaria e assolutamente contemporanea: l’arte espressa da Valerio Berruti attraverso le sue opere. Un compito molto arduo perché mai, come in questo caso, sono le opere a dare voce all’artista, motivo per cui ogni tentativo di descrivere quanto visto potrebbe risultare sminuente. E badate bene, questa non vuol essere una giustifica a priori per una mancata presa di posizione, ma solo un mettere voi lettori – e mi auguro a breve visitatori – nella predisposizione d’animo adatta ad accogliere tutte le suggestioni che le opere di Berruti, così materiche, possono darci.
La matericità delle sculture portatrici di messaggi fondamentali
Il primo aspetto che colpisce lo spettatore – perché così credo sia giusto definirlo – è la maestosità delle sue creazioni. Si tratta prevalentemente di sculture realizzate con materiali poveri, come il cemento o l’acciaio, con cui Berruti dà vita a corpi di bambini che solo a prima vista evocano l’infanzia, ma che in realtà si fanno portatori di messaggi fondamentali per la società attuale, perché denunciano emergenze e tragedie del nostro presente, oppure invitano a una riflessione profonda su valori come la tolleranza e il rispetto della diversità.

La purezza dei bambini come veicolo di cambiamento
Innovativa, e dunque originale, la scelta di affidare a dei bambini uno sguardo lucido e talvolta impietoso sul mondo che abitiamo e che ci aspetta. Forse solo loro, nella loro purezza sono autorizzati a denunciare quel che di storto c’è nel mondo, le guerre per esempio, o il cambiamento climatico. E forse solo i bambini possono rappresentare un futuro di cambiamento. Si riempiranno i loro occhi di nuova vita? Avranno finalmente pupille e colori diversi che li possano far gioire del mondo che li circonda?

Un percorso catartico volto alla conoscenza del Sé profondo
L’opera forse più importante della mostra, La giostra di Nina, ci proietta nella dimensione del gioco e contemporaneamente del sogno. Perché restare imprigionati in degli stereotipi? La giostra dei bambini non deve necessariamente essere fatta da cavalli. Perché non passerotti? Il bambino ha diritto di sognare mentre gira a tempo di musica sulla giostra. E allora quale immagine più poetica ed evocativa della libertà di pensiero se non quella di cavalcare dei passerotti? E se i passerotti “imprigionati” nella giostra si librassero in volo? Il pensiero di Berruti affidato ai bambini e riproducibile, appunto, con “un altro giro di giostra” dagli adulti, può mutare e sprigionarsi libero nell’aria.

Attraverso le sale dedicate ciascuna a un’opera imponente del maestro Berruti, si compie una sorta di catarsi; parrebbe quasi che si venga invitati a liberarsi della paura che ci attanagliava all’inizio del percorso, ovvero nella stanza che ospita A Safe Place. Quella bambina sola, immersa nel buio della notte e in un mare in tempesta vuole essere libera, sentirsi accolta per essere sempre al sicuro, come nell’Abbraccio più forte. Non vuole più essere sola.

Potremmo forse spingerci in un’interpretazione che vede poi nell’opera Three (parts of) me il completamento ma anche la frammentazione di quell’anima sola della prima opera in mostra? Nel riunire le diverse parti del Sé si compie un passo verso l’acquisizione della consapevolezza di non essere più soli nel mondo, ma di occupare, invece, un posto ben preciso perché sappiamo di essere parte di un insieme e quindi di una società?



Scusate, ma le domande si affollano e ci aprono squarci di riflessione sulla nostra vita e sulla direzione verso cui stiamo andando. Perché certo è che le opere di Berruti si pongono come qualcosa di universale, che non può lasciarci indifferenti.
Come i bambini dal volto sempre uguale, ma con acconciature e pose diverse di Nel nome del padre. Sembrano creature pronte ad accogliere una rivelazione dalla bambina che sta loro di fronte, ma che invece non solleva lo sguardo e non parla. Si nega. Una preghiera vana, quindi, quella che paiono recitare in silenzio questi bambini. Il mondo rimane indifferente alla loro supplica. Come lo è realmente di fronte alla violenza e all’orrore di tutte le guerre presenti in questo momento nel mondo.



