Distribuito da Satine Film, l’opera cinematografica del regista Matthias Glasner uscirà in Italia l’11 settembre p.v.
Intanto ha già ricevuto moltissimi premi prestigiosi: Orso d’Argento per la miglior Sceneggiatura al Festival di Berlino 2024, miglior Film tedesco 2024, miglior Attrice protagonista a Corinna Harfouch, miglior Attore non protagonista a Hans-Uwe Bauer e miglior Colonna sonora. E sicuramente ne arriveranno altri. Noi di alpassocoitempi.com lo abbiamo visto e recensito in anteprima per voi. Buona lettura!
di Valeria Cudini

Non lasciatevi spaventare dalle tre ore di film perché, statene certi, non vi peseranno. Se vi lascerete guidare dalle storie dedicate a ciascuno dei componenti dei Lunies, una famiglia altamente disfunzionale, vi sentirete, dopo pochissime scene, parte di quella vita, quasi sempre disturbante ma vera, molto vera.
La struttura del film segue lo spartito di “Sterben”
La scelta di costruire e suddividere il film in capitoli segue di pari passo lo spartito e le prove dell’opera musicale che dà il titolo al film: Sterben – che significa “morire” -, un’opera che si compone, scompone per poi ricomporsi di nuovo. La traduzione resa in italiano del titolo, Lo spartito della vita, è azzeccatissima perché coniuga due piani che sempre si sovrappongono e si mescolano: le difficili e controverse vicende dei famigliari dei Lunies da un lato e, contemporaneamente, la sofferta genesi di “Sterben” che, prova dopo prova, ci svela tutto il tormento e l’insoddisfazione del suo compositore, Bernard, nell’impeccabile interpretazione di Robert Gwisdek. La sua voluttuosa ambizione è riuscire a superare quella “sottile linea” che separa l’arte dal kitsch. Un concetto e un risultato assai difficile da comprendere e perseguire per l’orchestra e in particolare per la violoncellista, che verrà schiaffeggiata proprio dal compositore, con cui poi avrà una relazione, terribilmente deluso non tanto dalla sua esecuzione, indubbiamente di ottimo livello, quanto dal non essere riuscita a comprendere che nel finale, invece di ridurre progressivamente il suono, avrebbe dovuto terminare in dissolvenza proprio come accade nei film. Bergman docet e non solo qui; tutto il film è intriso di riferimenti e citazioni al grande regista svedese.
La sinossi attraverso i personaggi principali
Elementi questi che ben poco ci dicono della trama del film, ma che possono forse essere utili per entrare nella struttura e nell’atmosfera de Lo spartito della vita. L’incipit è affidato a una bambina ripresa da un cellulare nel classico formato verticale, che, guardando fisso in camera, si rivolge agli spettatori fornendo loro una precisa indicazione: “Seguite la vostra natura!”.
Dopo il prodromo si apre il primo capitolo dedicato a Lissy (interpretata da una magistrale Corinna Harfouch) e al suo rapporto con il marito Gerd (nella toccante prova dell’attore Hans-Uwe Bauer). Lissy, ormai anziana, ci si mostra senza filtri, a terra, disperata e sofferente, sporca dei suoi escrementi. Il contraltare, altrettanto sgradevole nella crudezza della sua rappresentazione, è il marito, Gerd, che gira dentro e fuori casa senza mutande con lo sguardo perso nel vuoto. Capiamo subito che siamo di fronte a una situazione di degrado ma anche di coraggio, dove l’uomo è affetto da demenza senile a uno stadio molto avanzato e la moglie, sicuramente malata anche lei, cerca in qualche modo di barcamenarsi occupandosi dei suoi problemi ma, soprattutto, di quelli del marito. Lo spettatore avverte di getto tutta la solitudine e la desolazione di questa coppia – i cui figli sono lontani non solo fisicamente ma anche affettivamente -, e non può che empatizzare e provare quella che gli antichi chiamavano pietas.

E poi c’è Tom, il figlio della coppia, il cui ruolo è affidato a un superlativo Lars Eidinger, uomo dall’animo gentile ma bloccato nella manifestazione dei suoi sentimenti verso la sua famiglia originaria. Tom è il direttore dell’orchestra di “Sterben”, e sta per diventare padre surrogato della sua ex fidanzata (e qui ci fa vedere, invece, tutta la sua tenerezza e affetto sincero), perciò troppo indaffarato e distante per occuparsi dei problemi di salute dei suoi genitori.

Ed Ellen, sorella di Tom, a cui è dedicato un intero e lungo capitolo della narrazione, su cui ancora una volta il regista posa il suo sguardo impietoso e senza sconti. L’attrice che la interpreta, Lilith Stangenberg, ci convince sin dalla prima scena che la vede protagonista. La sua postura, il suo atteggiamento, il suo modo di camminare smarrito fuori da una stanza d’hotel in cui si è svegliata senza neanche sapere in che città si trovi, ci dice moltissimo di lei in pochissimi minuti. La sua fragilità emerge pian piano in tutta la sua forza andando a definire un personaggio a tutto tondo mostrato allo spettatore in tutte le sue storture, vizi, tristezze.

Ellen è la vera outsider della famiglia, la ragazza “dannata”, persa nell’alcol, nel sesso; ma è anche la bellezza della sua voce flautata il cui canto rapisce il dentista Sebastian, con cui inizia una relazione basata in prima istanza sulla comune passione per l’alcol.

Dicevamo, però, che il regista non fa sconti alla povera Ellen messa a nudo nei terribili momenti delle sue innumerevoli sbornie o quando è vittima di una terrificante allergia che ce la mostra con il volto orribilmente gonfio alla “elephant man”, o ancora mentre vomita in testa agli spettatori della prima di Sterben, generando scompiglio e disgusto e provocando l’interruzione del concerto.

Il messaggio del regista e il nostro parere
Niente viene taciuto nel film di Glasner, che ha raccontato di aver mescolato molti elementi autobiografici della sua famiglia ad alcuni di pura invenzione. Il regista vuole trasmettere allo spettatore il suo messaggio crudo, ma potente perché vero: il solo fatto di essere una famiglia legata da rapporti di sangue non garantisce che ci sia amore. E c’è di più: se questo amore non riusciamo a provarlo non dobbiamo sentirci in colpa.
Un duro colpo nello stomaco per chi si aspetta dal cinema che racconta storie di famiglia insegnamenti sicuramente più virtuosi e sentimenti ben differenti. Eppure la sensazione che lascia è di completezza, di vero realismo: uno specchio forse impietoso della società abitiamo e delle difficili relazioni a cui siamo costretti o che scegliamo d’intessere. Un film che non può non farci riflettere sul senso dell’amore e della vita, sulle scelte che vogliamo fare per capire davvero chi vogliamo essere.
Da vedere assolutamente.

