Quelle “notti magiche” di ragazzi di provincia che diventano eroi – Il successo di Mancini

Adesso quelle notti magiche del lontano ’90 sono diventate realtà. L’Italia vince l’Europeo con tenacia grazie a un allenatore, Mancini, che nel giro di tre anni è riuscito a creare un gruppo coeso di ragazzi “normali” che giocano il calcio, hanno grinta e spirito di sacrificio. Una vittoria non scontata, non di top player. Per molti di loro, ragazzi di provincia, un sogno anche troppo grande da immaginare fino a qualche anno va. Ragazzi che quando noi cantavamo a squarciagola Notti magiche erano piccolissimi o dovevano ancora nascere. Eppure, nel segno di quel desiderio di rivincita così forte dopo traguardi sfiorati per pochissimo, i nostri ragazzi italiani ci hanno riportato alle vette più alte del calcio internazionale facendoci sentire uniti, dopo un anno e mezzo terribile di pandemia, non più per eventi luttuosi ma per qualcosa di gioioso che ha rinnovato in noi tutti un senso di appartenenza e di fiducia per la nostra grande Italia. Ad maiora Azzurri!

di Stefano Fornaro

Notti magiche inseguendo un goal…” così cantavano Gianna Nannini ed Edoardo Bennato nella lontana estate del Novanta. Un canto che si sovrappose all’inno per antonomasia e che accompagnò le vittorie di Schillaci, Baggio, Donadoni, Maldini, Bergomi, Mancini e Vialli. Quel Mondiale concluso amaramente davanti a Maradona nella città che l’aveva consacrato eroe del calcio: Napoli.

E di sicuro né Vialli né Mancini (i gemelli del goal di Boskov e della Sampdoria) hanno mai dimenticato le note di quell’estate. Chissà se siano riusciti a imprimerle e trasmetterle ai propri ragazzi. Il dubbio resta, perché fra gli hashtag di tendenza dei calciatori “più influencer” del gruppo azzurro quello di #nottimagiche non mancava mai. E pare che spesso la cassa di Insigne facesse rimbombare nello spogliatoio il duetto di Italia 90 nello spogliatoio.

Così è andata. “Le Notti Magiche” ce le hanno regalate per davvero e stavolta la nostra gioia non s’è spenta davanti a quegli 11 metri che a fine secolo hanno rappresentato la nostra maledizione. Ricordate USA ’94 e Francia ’98?

E pensare che mentre noi ci disperavamo ed eclissavamo le nostre bandiere per ben due volte, dopo aver sfiorato il titolo  -e con un serbatoio di campioni da far invidia al miglior Brasile -, qualcuno di questi ragazzi, di questi eroi di oggi, stava nascendo o era bambino o addirittura non era ancora nato.

Questi giovincelli, figli del calcio anni Novanta, hanno colto in pieno lo spirito di quegli abbracci, di quell’avventura senza frontiere e con il cuore in gola che abbraccia la follia e che ti trasmette negli occhi la voglia di vincere.

Esatto; e abbiamo vinto.

Sognando, lottando e giocando a calcio.

E l’abbiamo fatto in una delle notti magiche tanto decantate dalla favola raccontata dal duo Nannini-Bennato.

I grandi meriti di Mancini: mentalità, tattica e gruppo

Ma i meriti vanno riconosciuti. Si dia a Mancini quel che è di Mancini. Perché se l’abbiamo fatto non è tanto per demerito degli altri, ma per merito nostro.

Lui, che tre anni fa ha preso in mano un popolo umiliato, disorientato e abbattuto da quel Mondiale di Russia evaporato in una delle tante serate nebbiose di Milano.

Ha saputo raccogliere i cocci di quella tragedia e, come Re Mida, l’ha trasformata in oro. Non ha voluto fare a meno della vecchia guardia, fra cui Chiellini, Bonucci, Insigne, Florenzi, Immobile e Jorginho, e anzi ha saputo rivitalizzarla, dando un senso di appartenenza non solo nazionale – la retorica patriottica la lasciamo agli altri – ma filo-calcistica: “Voi giocate a calcio, tenendo il pallone, proponendo la giocata, correndo, smarcandovi, aiutandovi fra di voi e nulla vi sarà impossibile”.

Ecco, bene o male, penso sia questo il pensiero che il Mancio ha trasmesso ai suoi giocatori. Collezionando vittorie soft e vittorie d’impronta decisiva, esprimendo all’inizio un calcio arrugginito, e oliandolo sempre più anno dopo anno.

Prendendo i cuori di questi ragazzi di provincia e inserendoli in un contesto di amici e compagni che danno tutto in campo e che usano testa e piede insieme, senza dimenticare di vivere la Nazionale con serietà, serenità e allegria.

Allora, pezzo dopo pezzo, coccio dopo coccio, la squadra senza timoniere ed equilibrio è diventato un gruppo consapevole, convinto e affiatato.

Iniziando a vincere o non perdere per ben 34 volte e superando uno dei “gota” azzurri come Vittorio Pozzo.

Una statistica che ha in sé un valore pazzesco, ma che può anche non portare a vincere. 

E poi eccolo, lì, quel tanto agognato Europeo, che dopo 53 anni torna a Roma (It’s coming to Rome) e non dove erano convinti gli inglesi fino al fischio di Wembley.

È arrivato grazie a quella lotteria pazza che porta il nome di calci di rigore. Quei dischetti che avevano condannato anni fa Mancini e compagni a sfiorare i traguardi. Èaccaduto nello stesso stadio, dove il Mancio aveva perso la finale di Champions contro il Barcellona nel’92.

Italia Campione d’Europa: una squadra senza un re

Sarebbe riduttivo e ingrato ricondurre tutto alla fortuna dei penalty. Questa squadra ha giocato a calcio contro quasi tutti gli avversari, tranne che contro la Spagna, forse. Abbiamo visto verticalizzazioni, possesso palla, squadra corta e goal bellissimi.

A fare tutto questo sono stati quei bambini che nel ’90 o ’94 hanno visto gli Azzurri perdere sul più bello. Ma loro, che pure sono nati fra i campetti di provincia, non hanno mollato davanti al traguardo. Ed è così che con convinzione, magia e classe hanno ribaltato tutti i pronostici.

Non c’è un campione da quattro Palloni d’oro, non c’è un bomber da 30 reti in Nazionale, non c’è una super star internazionale come Mbappé, Ronaldo, Modric, Lukaku.

Eroi Azzurri: semplici ragazzi di provincia

In quei di Coverciano c’è coesione, voglia di divertirsi, tranquillità e mentalità. Ed è così che ragazzi di Castellamare di Stabia (Donnarumma), Frattamaggiore (Insigne), Pisa (Chiellini), Foligno (Spinazzola), Torre Annunziata (Immobile), Viterbo (Bonucci), Calcinate (Belotti), Carrara (Bernardeschi), Cariati (Berardi), Lecco (Locatelli) e tanti altri sono diventati campioni.

Ora, li sappiamo anche associare al loro paese natio, ma sette oppure otto anni fa li conoscevano solo gli addetti al lavoro.

Alcuni come Donnarumma, Verratti, Barella, Jorginho, Immobile, Florenzi e Chiesa hanno già vinto nei loro club. Ma altri come Berardi, Belotti, Cristante, Spinazzola e Raspadori non avevano finora mai alzato coppe o trofei.

Magari avevano giocato partite di stampo internazionale importanti con i loro club, ma tutto si era concluso con una buona o cattiva pagella e qualche applauso.

I ragazzi del Sassuolo, per esempio, Berardi, Locatelli e Raspadori hanno sempre lottato su ogni pallone, guardato la classifica dal basso verso l’alto, hanno cercato spazio fra i campi di provincia e qualche chance nei grandi club che mai li avevano valorizzati.

Spesso uno degli errori che andiamo commettendo è pensare che chi nasce nelle Milan, Inter, Roma academy possa diventare un grande campione.

Tante volte ci sbagliamo. Chi gioca nel Monza (Pessina) o nel Casarsa (Cristante) o nel Voluntas Brescia (Acerbi) può diventare un campione.

Ragazzi pacati, propensi al sacrificio, al sudore e al campetto sotto casa più che ai grandi palcoscenici.

Questa Nazionale ha mostrato – semmai ce ne fosse bisogno – che arrivare in società di stampo nazionale è fondamentale per la propria carriera (se giochi in serie A o in B sicuramente vieni notato), ma spesso i valori umani e calcistici si raccolgono anche nelle più disparate province della nostra Penisola – ogni discorso esula dalle scelte professionali dei giocatori con i propri club, ovviamente -.

Un po’ come, se ricordate, era accaduto con l’Italia del 2006. Chi batté il rigore decisivo? Un tale Fabio Grosso che in quell’anno giocava nel Palermo, ma arrivava dal Perugia e ancora prima dal Chieti e ancora prima dal Renato Curi.

Mancini ha aperto un ciclo?

Come Marcello Lippi, anche Roberto Mancini ci ha insegnato che un mix fra campioni di spicco internazionale come Jorginho, Bonucci, Chiellini, Donnarumma e Verratti unito a ragazzi giovani, fortificati, incoraggiati e umili può davvero ribaltare ogni pronostico. Può vincere al cospetto dell’Inghilterra finalista in uno degli stadi più affascinanti del calcio continentale. Può non tremare se dopo 2’ subisce un goal.

Che questo sia un inizio di un ciclo vincente stile Spagna 2008-2012 non possiamo saperlo.

È presto per sognare ancora più in grande.

Alcuni campioni nostrani della difesa presto o tardi cederanno il passo. A centrocampo abbiamo qualche anno di garanzia in più, mentre in attacco ci serve una maggiore alternanza a Chiesa e soprattutto un bomber che possa concretizzare il nostro gioco.

Fra le giovani proposte, per ora, non sembrano esserci ancora giocatori già pronti, ma siamo fiduciosi che il mister saprà scovare talenti nuovi fra il nostro campionato e i campionati internazionali.

Come dice Acerbi “pensiamo centimetro dopo centimetro”. Senza illuderci. Godiamoci questo momento da Campioni d’Europa nello spirito, nel gioco e nel morale. Perché tutte le voci internazionali più importanti sono stati unanime nel dire che “ce lo siamo proprio meritato”.

Non dimentichiamolo mai: a Bentivoglio (Raspadori), a Pirri (Barella), a Castelnuovo di Garfagnana (Di Lorenzo) si pensa “centimetro dopo centimetro”.

Solo così un giorno si diventa eroi…

Grazie di tutto RAGAZZI!

Post Author: Valeria Cudini

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