Viagem para o Brasil (“Viaggio per il Brasile”): “Dona Flor” di Bahia e “O que será”

Durante il Viagem para o Brasil, “Viaggio per il Brasile” del Karipuna Triopercorso letterario, musicale e onirico realizzato in occasione del festival romano Ciak si suona! – una delle tappe proposte dal gruppo è stata a Bahia, tra le pagine di Jorge Amado, la regia di Bruno Barreto e la musica di Chico Buarque...

Di Chiara Aurora Gagliano

Si porta a spasso per il paese
l’Amore sacro e l’Amor profano

(Fabrizio De André)

*

Ah, che sarà che sarà
Quel che non ha governo, né mai ce l’avrà
Quel che non ha vergogna, né mai ce l’avrà
Quel che non ha giudizio

(Chico Buarque, Ivano Fossati)

Circostanze stupefacenti, solo in quel di Bahia: il film Dona Flor e seus dois maridos

O que será è una canzone di Chico Buarque de Hollanda suddivisa in due parti, À flor da pele e À flor da terra, che accompagnano vari momenti del film di Bruno Barreto Dona Flor e seus dois maridos, del 1976.

La pellicola riprende la storia dell’omonimo romanzo di Jorge Amado, una storia bahiana dal profumo soprannaturale – quel soprannaturale tutto carne e ossa del Realismo magico sudamericano, come del Candomblé brasiliano (è una religione africana che si sviluppata dapprima in madre patria e, intorno al XIX secolo, in Brasile nelle aree di Rio de Janeiro, e Salvador de Bahia. Il Candomblé unisce le divinità del pantheon indigeno con quelle del Cristianesimo stesso in un perfetto equilibrio tra il monoteismo cristiano e il politeismo delle culture africane).

Si tratta di

“… avvenimenti singolari e circostanze stupefacenti, capaci di accadere soltanto nella città di Bahia – e creda al racconto chi ci vuol credere.”
(Jorge Amado tradotto da Elena Grechi, ed. Garzanti)

Dona Flor, interpretata nel film da una magnifica Sonia Braga, si trova un giorno ad avere due mariti. Solo che uno, Vadinho, è morto. È successo durante una sfrenata danza di Carnevale: è crollato a terra e non si è più rialzato. “Meno male – dicono le donne di famiglia – era ora”: Vadinho non faceva che tradire e maltrattare la povera Dona Flor, appropriarsi dei suoi soldi per spenderli a bere, giocare d’azzardo e andare a donne. Tutto di guadagnato che non ci sia più, così Dona Flor, di buona famiglia borghese, professora di una scuola di cucina, può sposare un uomo rispettabile e onesto, il farmacista Teodoro, un uomo incline alla dolcezza.

Si può non voler bene a qualcuno e, tuttavia, amarlo diceva Catullo…

Ma – doveva arrivare un ma – non incline alla passione focosissima e potentissima con cui quello scapestrato di Vadinho, pur tradendola, ingannandola e sperperandone i soldi, aveva avvinto Dona Flor. Si dice, d’altronde, che si possa “non voler bene qualcuno e, tuttavia, amarlo”; lo diceva Catullo,

amare magis, sed bene velle minus,

ma lo sente anche Dona Flor. Con quel disgraziato di Vadinho, esisteva in Dona Flor una dimensione sacra a Eros, profonda come una tempesta, pungente come l’olezzo dispettoso di un mare di rose. Con Vadinho era tutto carne e fiamme, l’inferno nel suo gusto più pieno, speziato, ammorbante.

Una tremenda lotta “tra spirito e materia” quella di Dona Flor

E forse è per questo che, quando “torna” da lei, Vadinho è un fantasma anomalo: irriverente come sempre, irrimediabilmente nudo come se fosse venuto fuori dalla prima notte di nozze, da un passato più lontano e felice.

Lei sola lo vede e lo sente, lei sola lo vive, e lui torna, sempre torna da lei. Può visitarla nella notte o di giorno, stringerla tra le braccia e amarla (s’intenda: amarla davvero, fino in fondo alla pelle), e poi sgusciare divertito tra il comò e il corpo addormentato e russante di Teodoro, che è vivo-vivo, non morto-vivo. In preda al più feroce senso di colpa, alla lotta “tra spirito e materia”, Dona Flor chiede che, con un rito Candomblé, Vadinho sparisca per sempre. Lei non può avere due mariti! Così si attiva il rituale, vengono fatte preghiere, viene specificato chi e dove. Che Vadinho torni dove è giusto che stiano i morti.

Ma quando l’uomo sparisce, il vuoto si spalanca intorno e sotto i piedi di Dona Flor. Così il rifiuto diventa completo abbandono, l’amore trionfa, la vita supera la morte e Dona Flor, nell’ultima scena della pellicola, si porta a spasso per il paese da un lato l’azzimato Dott. Teodoro, ordinato, elegante, borghese; dall’altra Vadinho, nudo come Adamo, sfrontato nell’incedere e sufficientemente impunito da assestarle in piena luce una pacca sul sedere.

La marcia trionfale della vita

In questa passeggiata finale ritorna, nel film, la melodia di O que será, ma le parole sono della seconda parte della canzone, À flor da terra, un Trionfo dell’Amore moderno, brasiliano, universale.

Ricordo che in passato sentivo la malinconia vincere su tutto, come se quella cosa che non ha governo, né mai ce l’avrà, che non ha misura, né mai ce l’avrà, che non ha giudizio, né mai ce l’avrà, fosse qualcosa di condannato e mesto, coi ceppi alle catene e costretto alla latitanza.
È sulla bocca di tutti, ma forse vituperato; è leggero e distruttivo, procura lacrime di gioia o di dolore senza possibilità di previsione, fa bene e fa malissimo.

Stavolta ho avuto l’immagine finale del film in mente per tutto il tempo in cui abbiamo cantato e suonato la canzone. Tutto è diventato molto più semplice; la domanda stessa, “Cosa sarà mai?”, ha perso l’esigenza di una risposta. Sarà l’Amore? Lo chiameremo davvero, semplicemente, Amore? Eros? Amicizia? Passione?
La domanda non merita di essere vivisezionata in una risposta. Non ci serve, credo, sapere che sarà, che sarà mai questa cosa che ha imbevuto l’esistenza, il mondo, la natura. Ci basti sentire che è potente; è onnipresente. L’invito della storia di Dona Flor è irresistibile e liberatorio. Non possiamo fare altro che passeggiare anche noi tra le case di Salvador de Bahia, davanti alla Chiesa di Nossa Senhora do Rosário dos Pretos; portandoci a braccetto, invisibile ma reale, tutta la nostra passione di vivere.

Scena finale del film di Bruno Barreto Dona Flor e seus dois maridos (1976)

Post Scriptum: il racconto della nostra musica

Ecco la nostra versione di O que será – À flor da terra dal concerto presso i Giardini Montemario di Roma, lo scorso 30 settembre:

L’arrangiamento del brano in stile Karipuna prevede una prima strofa “libera”, dove voce e pianoforte si rincorrono, s’incontrano, si lasciano in reciproco silenzio. È il nostro modo di raccontare il continuo trovarsi e perdersi di Dona Flor e Vadinho.
L’ingresso del ritmo, nella seconda strofa, è affidato soltanto al suono flebile di un ganzá, mentre lo scheletro armonico è retto dal pianoforte contrappuntato dal berimbau, strumento della musica indigena del Nord-Est.

Abbiamo pensato che fosse efficace per rendere le due realtà in conflitto nell’animo di Dona Flor: il pubblico, la rispettabilità, il calore senza passione di Teodoro; e gli echi infiammati del passato, della vita fuori dagli schemi, del sapore speziato dei piatti bahiani preparati dalla donna.
Nell’ultima strofa, la batteria giunge a dare terra e sostanza al brano, così come Vadinho, da esile fantasma, si fa corpo per i sensi di Dona Flor.

Il ritmo è proprio quello di una marcia, ovvero il frevo, ritmo bahiano mutuato dalle marce militari quindi particolarmente adatto a rappresentare la passeggiata finale, in trionfo, di Dona Flor con i suoi due mariti.

Immagine di apertura dell’articolo: Foto dal concerto di Roma – ©Marco Belfiore – da sinistra: Claudia Cusenza, Chiara Aurora Gagliano, Riccardo Neri

Post Author: Valeria Cudini

Valeria Cudini

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