IL MIO DESERTO, personale di NATALIA KOROTYAEVA

È già passata una settimana da quando sono stata presente alla serata inaugurale della mostra Il mio deserto, prima personale qui in Italia dell’artista russa ma berlinese di adozione Natalia Korotyaeva. La mostra è ospitata all’interno di Lusvardi Art (Corso Buenos Aires, 45) – una galleria d’arte inaugurata da pochi mesi (settembre 2021) – e si avvale della preziosissima curatela di Angelica Moschin.

Iniziata il 5 novembre, la mostra proseguirà fino al 3 dicembre ed è visitabile dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 19 e il sabato su appuntamento. Assolutamente da vedere

di Valeria Cudini

Korotyaeva ti cattura e ti trascina dentro al suo mondo ipnotico. Tu, spettatore inconsapevole, resti per un attimo disorientato ma poi tenti immediatamente di capire se quei disegni di corpi maschili e femminili dai tratti così decisi vogliano proprio trasmetterti tutta l’immediatezza di ciò che vedi.

Poi ti giri, attraversi tutto lo spazio espositivo, provi a seguire le indicazioni fornite sul flyer espositivo per individuare un percorso. Sembra semplice, puoi farcela anche tu che ami l’arte anche se non sei un profondo conoscitore, ti mancano tutta una serie di strumenti, di linguaggio, di riferimenti. Allora ripiombi nel senso di smarrimento e così ricominci da capo.

Serve ordine, ti ripeti. Vorrei la stanza tutta per me, eppure non c’è tanta gente. Devo concentrarmi perché sento di essere dentro questo momento artistico. Ma mi sfugge. O meglio: mi trascina da una parte e dall’altra. Ecco, ho capito: ne sto subendo tutto il fascino.

Fa caldo. Vorrei togliermi cappotto e sciarpa, questa maledetta mascherina che mi impedisce un’interazione normale con gli ospiti. Quanto soffro. Però so che sono in un posto bellissimo, sento quasi un’epifania. L’eleganza della visione dei disegni da quel tratto a china così deciso mi pervade. Capisco che c’è una ricerca del Sé profondo (o almeno è quello che avverto io). Poi rifletto ancora un momento (e lo farò ancora a lungo a casa nei giorni a venire, dopo i brevi scambi di battute con Angelica – che sia un caso il suo nome?) e penso al titolo della mostra: Il mio deserto. Sono le opere che l’artista ha prodotto nell’anno di Covid e parlano del suo deserto, del suo lato oscuro probabilmente.

Osservo meglio i corpi nudi, le gestualità essenziali, le pose assunte da queste forme in una natura ridotta a deserto; gli animali, le manifestazioni della natura. Una luce si accende. Che stia individuando davvero una via? Non ambisco a tanto, magari così fosse.

Provo ad affidarmi al mio istinto e cerco di vedere se trovo un po’ del mio Sé in quello di Natalia. Ci sono (o almeno così credo). Sono degli archetipi. Siamo di fronte a un ritorno alle origini.

Osservo ancora.

Vado avanti e indietro, cerco di cogliere qualcosa delle domande che stanno facendo a Korotyaeva ma sono distratta. Continuo a pensare che dovrei sapere che cos’è quello che sto vedendo, che è così chiaro, mi ricorda qualcosa. Certo, ci sono, è qualcosa di ancestrale, ha a che fare con le nostre origini, “il mio deserto”, la sua e la nostra nudità.

Che cosa ci è accaduto all’inizio del tempo ma anche che cosa può esserci accaduto oggi o in un futuro imminente che cosa ci accadrà. Potrebbe trattarsi della raffigurazione di una terra post apocalittica così come, nell’ideale cerchio della vita, della nascita della vita stessa sulla terra.

E così la sensazione che mi arriva netta è che quest’artista ha fatto centro perché ha scavato nelle profondità dell’Io riconducendoci a un’immagine nuda e sofferente di noi, impotenti di fronte alla maestosità della natura e degli eventi in genere, come nella vita di oggi.

Che cosa possiamo fare per contrastare quanto ci accade d’imprevedibile se non subire l’inarrestabile scelta del caso, del tempo e della natura tutta?

Siamo nel deserto, siamo nudi, non abbiamo più niente da nascondere. Ci mostriamo per quello che siamo. Siamo pronti a ripartire per un nuovo ciclo.

W la vita.

Post Author: Valeria Cudini

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