“SE SEI FELICE FACCI CASO” di MILENA FANTONI

Oggi proseguiamo con la pubblicazione del secondo racconto vincitore del concorso Se sei felice facci caso”. È di Milena Fantoni*, di cui potete leggere una mini biografia in calce al racconto. La storia di Milena è molto ironica, ha un ritmo serrato che tiene il lettore incollato alla pagina. A noi è piaciuta moltissimo. Vi auguriamo buona lettura

Suona la sveglia. Apro gli occhi. Sono le sette e niente luce. Detesto quando cambia l’ora. Detesto svegliarmi col buio.

Mi siedo sul letto. Ho fatto un sogno assurdo. Una storia particolare, dovrei farne racconto, ne uscirebbe qualcosa di interessante. Sì, un sogno così strano che… non me lo ricordo più. Buio. Me lo ricordavo così bene fino a cinque minuti fa. Ho una memoria da far schifo.

Scendo in cucina. Accendo la macchina del caffè, prendo la capsula e la inserisco. Si è incastrata. Ogni santissimo giorno. Mai una volta che non debba svuotare questa maledetta macchinetta. Mai una volta che lo faccia qualcun altro al posto mio.

Prima sigaretta. Ho finito i filtri, sono la solita. Ora mi tocca usare il biglietto del treno. Sono una tossica.

La luce non la vedrò neanche oggi, rinchiusa in quel maledetto ufficio. Non la vedo mai lì dentro, la luce, solo quella robaccia al neon che mi acceca gli occhi e risalta la mia faccia già di per sé piena di odio al mattino. No, ci vuole pure quella luce a darmi il buongiorno e la buonasera.

Ultimo sorso di caffè, ultimo tiro di sigaretta.  Ho mezz’ora di tempo per prepararmi. La mia faccia, lei la lascio così. Giusto un tocco di mascara per fingere di averci messo impegno a curarmi. Mi metto i vestiti di ieri, tanto era domenica, i colleghi non mi hanno visto, non possono criticare. Li frego tutti. Giusto una spruzzata di deodorante. Non so se è meglio la puzza o quell’odore di cipolla mischiato a quello di deodorante. Forse è meglio la puzza. Forse è meglio cambiare camicia. Forse è meglio lavarsi e basta.

Cerco una MiMoto. La più vicina è a dieci minuti a piedi. Mai che qualcuno parcheggi vicino a casa mia. Guardo le bici. Quelle, figuriamoci, ci sono sempre. Spero di non trovare l’ennesima che non mi fa abbassare il sedile. Capita ogni volta, e io sono bassa. Ho bisogno che quel maledetto sedile scenda, deve scendere.

Metto le scarpe, metto la giacca, metto la mascherina. Apro il portone.

Respiro. Il mio alito sale su, evapora, arriva dritto agli occhi che si inumidiscono. Mi basta un battito di ciglia e il mascara è tutto sulle guance. Le odio le mascherine. Ti impongono di scegliere. O loro o il trucco. O far schifo o salvare un minimo di dignità. Peccato che, in realtà, non abbia opzioni. Devo per forza scegliere loro.

È ancora buio. La giornata è partita alla grande.

Cosa ho sbagliato?

Suona la sveglia. Apro gli occhi. Sono le sette e ho ancora un sacco di tempo prima di andare al lavoro. Niente luce, deve essere cambiata l’ora. Ho dormito un’ora in più del solito. Amo l’ora solare.

Mi siedo sul letto. Ho fatto un sogno assurdo. Una storia particolare, dovrei farne un racconto, chissà cosa esce fuori, avrà qualche significato nascosto. Sì, un sogno strano che… non me lo ricordo. Diamine. Me li dimentico sempre, i sogni. A pensarci, il bello di scrivere è potersi inventare le storie. Nessuno saprà mai se sia reale oppure no, quindi poco importa.

Scendo dal letto. Accendo la macchina del caffè. Prendo la capsula e la inserisco. Non si incastra. Mi viene in mente mia madre. Le sue risate un po’ trattenute quando mi vede combattere con la macchinetta. Io agguerrita, lei che se la spassa. E il bello che poi il giorno dopo le parti si invertono. Lei imbufalita, io maliziosamente contenta che stavolta sia toccato a lei. È una gara. Chi sarà lo sfortunato oggi?

Primo caffè, prima sigaretta. Ho finito i filtri. Metodo di emergenza: il biglietto del treno. Mi sento artigiana oggi. Divento creativa. Un giorno il biglietto, l’altro un pezzo del cartone dei cereali. Una volta, devo ammetterlo, ho sacrificato pure un pezzo di Bibbia (che rimanga tra noi). Sì, io quella sigaretta la fumerò in un modo o nell’altro.

Ultimo sorso di caffè, ultimo tiro di sigaretta. Ho mezz’ora di tempo per prepararmi. Oggi ho voglia di darmi un tocco diverso. Non saprei, una linea di nero sugli occhi, tanto per cambiare. O forse potrei anche non truccarmi. Lì sì che sorprenderei tutti. E faccio due mosse in una: colpo di scena per gli altri, salvezza per me che non mi sbavo con il vapore della mascherina. Devo dire che a volte sono geniale.

Cerco una MiMoto. La più vicina è a dieci minuti a piedi. Meglio, così faccio un po’ di passi in più e arrivo al mio obiettivo del giorno. Oggi sono quindicimila. Dieci minuti dovrebbero essere mille. Mille passi in meno da fare poi al ritorno. Quasi quasi mi cerco una MiMoto ancora più lontana così me ne tolgo duemila. Mi sento sportiva oggi.

Metto le scarpe, metto la giacca, metto la mascherina. Apro il portone.

Respiro. Il mio alito sale su, evapora, arriva dritto agli occhi che si inumidiscono. Come lo avevo previsto, eh. Niente mascara sulle guance oggi, ho fregato pure le mascherine.

È ancora buio, ma io ho già il sorriso.

E alla fine mi dico.

È solo questione di punti di vista. 

*MILENA FANTONI

Sono Milena e ho ventiquattro anni. Italiana, figlia di italiani, sono nata però in Norvegia e lì ho vissuto per otto anni. Mi piace pensare che questo mi abbia permesso una più grande apertura alle stranezze, mie e quelle che incontro. Sin da piccola, durante il mio percorso di studio molto classico (Elementari, medie, liceo classico, Lettere Moderne) ho sempre scritto. Scrivo su di me, su ciò che mi circonda, su ciò che provo e, soprattutto, scrivo per comunicare me stessa. Penso, infatti, che la scrittura sia il modo per me più efficace per dire “Io sono”. A ottobre ho iniziato a frequentare la Scuola Holden, una scuola di narrazione a 360° e non vedo l’ora di scoprire come essa si nasconda, in realtà, dietro ogni cosa, persino dietro a un videogioco, perché no.

Post Author: Valeria Cudini

Valeria Cudini

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