Viso di donna fra archi a ogiva – Un racconto di Giusi D’Urso

Giusi D’Urso torna a scrivere per #alpassocoitempi un racconto dove amicizie, amori e ricordi si intrecciano a un mistero che si cela dietro un viso di donna. Che cosa è arte, finzione e che cosa è reale? Buona lettura!

Come di consueto, Claudio è appena entrato nello studio dopo aver pranzato da solo. Nelle ore un po’ lente del primo pomeriggio legge i quotidiani e controlla la posta elettronica, prima di riprendere a lavorare.

Smorzando uno sbadiglio si siede alla scrivania, fa per aprire il giornale e, con la coda dell’occhio, vede lampeggiare sul monitor del computer l’icona a forma di busta. Nuove mail sull’indirizzo di posta dell’UniGe.it che ogni giorno è subissato da messaggi di colleghi, studenti e segretari didattici. Scorre rapidamente la schermata e clicca sui mittenti in modo da spegnere la notifica “in arrivo”. Lascia solo una mail come non letta sul cui mittente è incerto. Le darà un’occhiata dopo.

Inizia a leggere l’articolo in prima pagina sul collaudo tanto atteso del nuovo ponte di Genova. Legge il titolo. Legge l’occhiello. Ferita ancora aperta, la città ricorda i morti, il nuovo ponte è bello e maestoso, ma la busta che lampeggia dietro le pagine aperte esercita un’attrattiva inspiegabile. Claudio posa il giornale sbuffando e si decide a cliccare.

“Ehi, Claudio! Come te la passi?”.

Ma chi è? Legge il mittente per intero. Università di Roma, Andrea Bechi. Eccolo, pensa, dopo anni di silenzio esordisce con Hei, Claudio. Solo lui, solo Andrea può essere così superficiale e fastidioso.

“Ma lo sai che volevo scriverti da un sacco di tempo? Allora, amico mio, come stai?”.

Amico mio? Ma se dopo la mia partenza non mi ha più cercato.

“Sapessi dove mi trovo adesso! Reggiti forte: sono di nuovo a Pisa, per un congresso, presento un mio lavoro”.

Non è ancora stufo di quella città? – pensa Claudio -. Non gli sono bastati gli anni all’università, la casa condivisa con altri due strampalati. Non gli è bastato lo strazio dei panini e delle pizze fredde mangiate per strada direttamente dal cartone, fra una lezione e l’altra, o nelle sere in cui non avevamo voglia di rincasare; i lungarni pieni di studenti brilli il sabato prima dell’appello estivo, i vicoli che puzzavano di piscio, le spallette da cui guardavamo i tarponi litigare per i miseri resti di un panino.

Claudio fa schioccare la lingua sul palato e sospira scuotendo la testa. Poi riapre il giornale coprendo il monitor e ricomincia a leggere l’articolo sul collaudo del nuovo ponte. Guarda le immagini e resta per qualche secondo concentrato sulla lunga struttura bianca che si snoda sorretta da pilastri possenti, sul lavoro eroico di tutte quelle persone.

Il pensiero della mail di Andrea però torna a distrarlo. Posa di nuovo il giornale e riprende indispettito la lettura sul computer. Leggerla tutta e poi chiudere con lui e con le sue cazzate, ecco cosa farà.

Gli anni Novanta e gli studi a Pisa. C’era un locale in via Rigattieri, senza insegna e senza la dignità di un pub. Un ritrovo triste di studenti nottambuli che vi passavano le ore inquiete della notte a bere birra, mangiare pizza al taglio e fumare come se non ci fosse un domani. Andrea, studente di Lettere, coltivava il pallino per l’arte dimenticata. Non l’arte dei musei, delle cattedrali, delle torri campanarie, pendenti o meno. Troppo banale. Lui amava l’arte dei dimenticati, quella di autori anonimi o sconosciuti, quella persa e ritrovata da chissà chi. Arte orfana, la chiamava, e quando esagerava con la birra ne sbraitava le bellezze in pieno centro storico a orari improbabili.

“Ho preso una camera in un albergo che conosci. Ci siamo passati davanti mille volte, proprio dietro Piazza dei Miracoli. Ma, bando alle ciance, amico mio. Ti starai chiedendo il perché di questa mail”.

Appunto. Che c’entro io con il tuo ritorno a Pisa?

“Ricordi le nostre serate in via Rigattieri?”.

Andrea era alto e muscoloso, le sue camicie tiravano sulle spalle e sul petto a ricordare a tutti la prestanza fisica, l’impegno da sportivo. Era un lanciatore di martello. Se lo portava sempre dietro, dopo gli allenamenti, in una borsone nero mezzo sdrucito. Sette chili e più di attrezzo che solitamente abbandonava ai piedi dell’idiota di turno chiedendogli di custodirlo ogni volta che lui spariva con una ragazza o si prendeva una tale sbronza da non riuscire a stare in piedi.

Aveva il viso da duro che piaceva tanto alle ragazze, la mandibola marcata, il naso importante. Andrea era così bello da attirare le figgette di lettere e degli altri corsi che frequentavano il suo giro, la mensa, il locale scalcagnato di via Rigattieri e le varie biblioteche della città. Un ragazzone tutto muscoli, sorrisi e cazzate. Il più amato della compagnia, per l’aria da spaccone e l’eloquio colorito e simpatico con cui teneva banco per ore.

Claudio invece era silenzioso, piccolo di statura e segaligno, col viso butterato dall’acne, le tempie un po’ glabre da uomo di mezza età. Era così sfigato che le ragazze lo chiamavano zio e gli chiedevano di essere riaccompagnate a casa quando Andrea, preso dall’ultima conquista, le mollava per la strada con un sorriso scanzonato e un inchino da messere.

Andrea era un pezzo di merda, ma Claudio lo osservava e lo studiava per imparare quell’arte così lontana dalla sua natura. Osservava e provava a imitarlo nelle movenze e nell’aria strafottente. Ma era una faticaccia, perché forse pezzi di merda si nasce.

Il terzo coinquilino, Roberto, era una specie di genio disadattato tutto biblioteca e università, vestiti perfettamente stirati e testa sulle spalle, media granitica del ventinove, normalista mancato. Non era solito dar confidenza a nessuno, né frequentare i locali notturni. E nella vita di Claudio e Andrea non ebbe mai alcun peso.

“Ma quante ne abbiamo combinate in via Rigattieri?”.

Quante ne hai combinate tu, belin. Quanto mi hai fatto incazzare. E quante ne hai fatte piangere.

“E Luisa? Te la ricordi? Ma che fine ha fatto?”.

Luisa la mora dal profilo perfetto.

In via Rigattieri Andrea aveva scoperto un viso femminile di pietra fra due archi a ogiva ed era letteralmente impazzito. Aveva iniziato a fare ricerche nelle biblioteche della città, a chiedere informazioni ai suoi docenti, ma non era venuto a capo di nulla se non di informazioni scarse e frammentarie con cui arrovellarsi nelle serate solitarie annaffiate di birra, seduto a terra, sotto gli archi e il viso di donna.
A Claudio del viso di pietra non fregava assolutamente nulla, se non per l’incredibile somiglianza con Luisa, per quel naso così elegante e perfetto, modellato fra gli zigomi alti e rotondi. Gli fregava solo di Luisa che però era cotta di Andrea. A lui, a Claudio, quasi ogni sera restavano il martello abbandonato dall’amico e lo sconforto di lei, innamorata non corrisposta. Restavano le camminate notturne per il centro desolato, gli sfoghi dopo l’ennesima vigliaccata di Andrea che le prometteva passeggiate in riva al mare e poi le dava immancabilmente buca.

“Ne sai niente, tu, di Luisa? Qui a Pisa ho rivisto alcuni del gruppo. Mi hanno detto che si è sposata e che vive a Genova. Non dirmi che ha sposato te”.

No, non ha sposato me. Ma neanche te, cazzone.

“Per qualche giorno sarò a Pisa per un congresso sull’arte dimenticata e te lo volevo dire. Magari, chissà, riesci a fare un salto qui per una rimpatriata. Te la ricordi la donna di pietra di via Rigattieri?”.

Una sera, dopo una giornata in biblioteca e l’ennesima cena a base di panini, Claudio andò al locale. Andrea era appena andato via con una biondina di scienze naturali, lasciandogli il martello nella solita borsa, nel solito angolo. Luisa era scoppiata in lacrime, accartocciata su una sedia in fondo al bancone. Non era la prima volta ma Claudio non sopportava più quei giochetti, né di essere lo zio di tutte le figgette a cui Andrea spezzava il cuore.

Dopo averla accompagnata a casa, tornò in via Rigattieri sperando di trovare l’amico al locale e dirgliene finalmente quattro. Ma il locale era già chiuso, la via deserta e di Andrea nemmeno l’ombra. Fu preso da una rabbia feroce e nuova. Non era roba sua quel sentimento senza misura, ma scoprì di sentirsi esaltato e pieno di energie come mai prima di allora. Ce l’aveva con Andrea, ma anche con Luisa e con le altre che lo avevano usato come spalla su cui piangere, senza capirlo, senza nemmeno vederlo. Cominciò a inveire in mezzo alla via. Contro l’amico, contro tutti, contro quella città che aveva sentito da sempre inospitale. Inveì a denti stretti e poi a volume sempre più alto. Qualcuno serrò una persiana protestando. Con la rabbia che gli gonfiava il petto, Claudio tirò fuori il martello e cominciò a roteare come aveva visto fare ad Andrea quando si allenava. Mentre il martello prendeva velocità, nella via stretta e deserta, a ogni giro il suo sguardo puntava in alto, la donna di pietra fra gli archi a ogiva.

Un giro, uno sguardo.

Un giro, Andrea, i suoi muscoli e la sua fissa per il profilo di pietra; un giro, Luisa che sbava per Andrea; un altro giro, Luisa con quel suo naso perfetto fra gli archi a ogiva; un altro ancora, Luisa e Andrea che ridono di lui e del suo viso da vecchio. Poi il martello partì verso l’alto, per una traiettoria precisa contro il viso incastonato nel muro. Il naso si frantumò e cadde a terra in piccoli patetici frammenti. Claudio si fermò ansimante e si guardò intorno. Nessuno vide lo scempio. Nessuno, dopo, lo sentì piangere.

“Di quel viso parlerò nel mio intervento. Delle sue ipotetiche origini. Pare sia l’unica traccia rimasta di un tempietto romano costruito su un isolotto dell’Arno. L’autore è sconosciuto. Peccato per il naso. Da un giorno all’altro sparì. Nemmeno i cocci sono mai stati ritrovati. Partisti d’urgenza, senza dirmi niente, non facesti in tempo a vedere lo scempio”.

Claudio chiude la mail senza leggerne la fine. Immobile ripensa a quella notte, al rientro a casa, alla valigia preparata in fretta nel silenzio della sua camera e al treno dell’alba. Il ritorno a Genova, la fine degli studi, il taglio netto con gli amici di Pisa. Quasi tutti.

Trascina la mail nel cestino e gusta il rumore di accartocciamento restituito dal computer. Svuota il cestino. Liberaci dal male, ora e sempre.

Riprende a leggere il giornale alla pagina del nuovo ponte di Genova, miracolo di ingegneria ed estetica. Sul viso l’espressione ancora accigliata di chi ha dovuto terminare un lavoro ingrato. Poi, un sospiro leggero e una soddisfazione sottile, definitiva.  

Accanto al suo braccio il telefono vibra sulla scrivania. Con un gesto automatico del polpastrello apre il messaggio, legge rapidamente con la coda dell’occhio e sorride.

Ci vediamo stasera al solito posto. Non vedo l’ora. Luisa.

Post Author: Valeria Cudini

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