Recensione in anteprima: “La forma del silenzio” di Stefano Corbetta – Ponte alle Grazie

L’attesa è finita. Il terzo romanzo di Stefano Corbetta La forma del silenzio esce oggi 27 agosto dopo essere stato spostato, causa lockdown, da aprile a giugno e infine ora, a fine agosto. Abbiamo/ho aspettato, forse più del dovuto, ma ne è valsa la pena e per più di un motivo. Provo ad andare con ordine e faccio un breve cenno alla storia cercando di non anticiparvi troppo

Di Valeria Cudini

La trama

Il romanzo racconta di Leo, un bambino nato sordomuto che vive sereno in una famiglia dove può esprimersi con la lingua dei segni, amatissimo dai genitori e dalla sorella maggiore Anna. Giunto all’età di sei anni Leo viene allontanato da casa e iscritto in una scuola speciale frequentata da altri bambini sordomuti in cui, però, è vietato l’uso della lingua dei segni (LIS). Il motivo è che allora – siamo nel 1964 – chi si esprimeva con il linguaggio dei segni, stando a quanto diceva il Vangelo, veniva equiparato alle bestie.

D’improvviso la vita di Leo cambia, diventa dura. Nei fine settimana in cui torna a casa il bambino tenta di esprimere tutto il suo disagio manifestando la volontà di non voler più andare in quella scuola. I genitori, però, non lo ascoltano.

Una notte d’inverno, sotto una fitta nevicata, Leo scompare proprio davanti alla scuola tanto odiata. A niente valgono le ricerche della polizia. Il bambino sembra sparito nel nulla.

Passano diciannove anni e la storia riparte con un incontro tra Anna, divenuta nel frattempo psicologa e insegnante di LIS, e un nuovo paziente, Michele, che rinnova nella donna il dolore causato dalla scomparsa del fratello. Michele, infatti, racconta la sua storia partendo da quella terribile notte d’inverno. Sì, perché Michele era molto amico di Leo, frequentava la sua stessa scuola.

Perché mi è piaciuto

I motivi per cui questo romanzo, letteralmente “bevuto” in due giorni, mi è così tanto piaciuto sono molti. Il primo elemento che voglio mettere in luce è che Corbetta definisce con precisione i temi della narrazione che gli stanno più cari e lo fa con una scrittura sempre più precisa nella scelta delle immagini, nelle descrizioni così realistiche ed efficaci perché non necessitano del ricorso a inutili orpelli. La lingua è cristallina, elegante e in apparenza molto semplice. In realtà si coglie il frutto di un lavoro approfondito di cesello nella scelta puntuale del vocabolo. Niente è lasciato al caso o all’improvvisazione. Siamo di fronte a una partitura costruita alla perfezione – e ce lo dice chiaramente la lettura ad alta voce (provate!) – sia nello stile sia nel ritmo narrativo.

L’autore – Stefano Corbetta

I temi ricorrenti

E poi ci sono, appunto i temi, che ricorrono nella narrativa di Corbetta: la famiglia e la narrazione del dolore. La famiglia ma con un occhio sempre puntato ai più fragili e ai più puri: i bambini. Se in Sonno bianco erano le due gemelle Emma e Bianca, qui è Leo. Ed è affidato ai più piccoli il nucleo del dolore, è da loro che parte ed è da loro che si irradia coinvolgendo man mano tutto il nucleo famigliare. Il dolore è tema che in Corbetta si associa sempre all’incomunicabilità o alla comunicazione non efficace. In Sonno bianco l’incomunicabilità è dovuta al coma di Bianca costretta all’immobilità e al mutismo. In questo romanzo parte da Leo e dal suo essere impossibilitato a comunicare con le parole o persino costretto a rinunciare all’unica lingua in cui potrebbe esprimersi: quella dei segni. E c’è appunto un irradiarsi di questo silenzio che avvolge il dolore perché anche tutti gli altri protagonisti della storia, in primis Anna, faticano a comunicare o a dire le cose per come sono veramente. Anna addirittura sceglierà di non dare voce a una verità dolorosa al punto tale da dover essere silenziata.

Vittorio, il papà di Leo, si chiude nel dolore e se ne lascia sopraffare. Non lo si sente mai parlare, per lui parleranno le azioni. Elsa, la mamma di Leo, non mostrerà il suo dolore se non crogiolandosi nell’attesa del figlio cucinando a ripetizione il suo sugo preferito e sublimando nell’amore per i fiori l’amore per il figlio che non può più essere espresso.

E così accade in forme diverse anche negli altri personaggi – persino in quelli di contorno come Stella – a testimonianza che il silenzio ha tante forme e declinazioni, è il “pieno” del dolore.

Come poter sciogliere allora tutta questa emotività inespressa? Nell’arte e/o nella fisicità per esempio. Così accade ad Anna anche se il suo abbandonarsi per un po’ alla parte più istintiva di sé significherà, appunto, metterla in contatto con un Sé per lei sconosciuto.

Ecco allora che affiora, a mio avviso, un altro tema caro a Corbetta: la ricerca dell’identità. Chi siamo noi veramente? Qual è il nostro Io più profondo?

Come si intreccia la ricerca della propria identità con il tema della memoria? E quanto identità e memoria hanno a che fare con l’elaborazione di un lutto o con il tema dell’abbandono?

Credo che Stefano Corbetta voglia riflettere su tutto questo e che la scelta di mettere al centro dei suoi romanzi i bambini sia significativa, quasi come se volesse mostrarci il suo andare alla ricerca della matrice dell’identità di ciascuno di noi. Tale matrice sembra andare perduta o per un accidente o per causa nostra. Fatto sta che ciò che rimane di noi bambini da adulti è troppo poco. Ci servono nuove forme di pensiero o nuove parole per definirci quando siamo grandi e a volte neanche averle trovate ci basta.

Post Author: Valeria Cudini

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