UN ANGELO ROSA

Un racconto dai toni poetici e surreali dove l’amore per la letteratura e la dimensione del sogno emergono forti

di Mirella Vitalini

Forse perché praticamente allevato da donne, sin da piccolo Costanzo aveva manifestato un’indole riflessivo-sognatrice. Non piangeva mai o quasi, e passava ore intere a fissare l’albero di nespolo vicino alla finestra del salotto; forse per gli uccellini che ospitava o per il movimento danzante delle foglie. E crescendo aveva continuato a prediligere quell’albero tra gli altri del giardino, associandolo poi a un nuovo elemento di interesse, quello per gli angeli. Era stata la madre a fargli leggere una poesia dove si parlava dell’ombra di un nespolo e dell’arrivo di un angelo proveniente dalle nebulose, con le “penne lacerate dai cicloni”. La nonna invece ricordava una canzone dei suoi tempi, protagonista un angelo blu che volava in cielo e scendeva giù a un fischio del suo innamorato, deciso a tenerla in gabbia. I rimbrotti del padre (gli riempite la testa di stupidaggini…) non avevano avuto riscontro alcuno e Costanzo si era convinto che gli angeli esistessero davvero.

Quando poi al liceo aveva letto gli stilnovisti, era rimasto affascinato dal mito della donna-angelo, ben più suggestivo dei pennuti femminili della poesia e della canzone. Era intenzionato a cercarla, questa creatura perfetta, dalla bellezza diafana e gentile, niente a che vedere con quella, anche se attraente,  delle ragazze sue colleghe o compagne. Era diventata una tale fissazione che si convinse di aver trovato l’oggetto dei suoi sogni alla finestra del bovindo all’ultimo piano della casa dell’ingegnere.

Era un’adolescente dall’incarnato chiarissimo, su cui spiccavano grandi occhi neri un po’ allungati e una bocca così perfetta da sembrare disegnata. I capelli castani si disponevano fluenti intorno al collo su un golfino o una stola rosa confetto; motivo per cui Costanzo l’aveva chiamata tra sé “il mio angelo rosa”. Sembrava per l’appunto un angelo, tanto era raccolta ed estatica l’espressione del suo viso. Forse era triste o annoiata, sempre affacciata a quella finestra lassù. Mai l’aveva incontrata per strada. Non poteva camminare? Si vergognava a farsi vedere in giro su una sedia a rotelle? Oppure soffriva – Costanzo si era aggiornato sulle fobie – di agorafobia e aveva paura a uscire di casa? Costanzo aveva anche pensato che poteva trattarsi di una punizione del padre ingegnere.

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Questo ingegnere – come tutti lo chiamavano – era un tipo singolare, a cominciare dall’aspetto: già un’ po’ curvo, con una gran massa di capelli grigi a malapena imbrigliati in una coda, vestiva estate e inverno un lungo soprabito nero. Per dirla in breve, una via di mezzo tra Einstein e Renato Zero, o una specie di moderno Coppelius – aveva pensato Costanzo dopo aver letto Il mago sabbiolino -. Era titolare della cattedra di robotica all’università e si vociferava che in casa avesse un grande laboratorio per costruire o modificare robot.

L’ingegnere usciva solo per andare in Facoltà ed evitava qualsiasi compagnia da quando, dieci anni prima, aveva perso la moglie che adorava. Viveva però con una figlia, che Costanzo aveva visto al Liceo, tre classi avanti a lui e che ora gli avevano detto studiava ingegneria. Poiché la ragazza non accompagnava mai il padre, pur facendo la stessa strada per l’Università, Costanzo decise di approfittare della circostanza per parlarle, chiederle come si chiamava e se aveva una sorella.

Costanzo però era timido e aveva paura di essere importuno; ogni volta passando davanti alla casa dell’ingegnere, guardava se alla finestra c’era il suo angelo rosa e si riprometteva di rompere gli indugi. Finalmente una volta incontrò la figlia dell’ingegnere carica di libri e si offrì di portarglieli; rimase molto sorpreso dalla cordialità della ragazza, che gli aveva detto subito il suo nome e si ricordava di lui, della classe che frequentava. Fecero una lunga chiacchierata, ma Costanzo non volle approfittare della gentilezza di Irene per soddisfare la sua curiosità, limitandosi a chiederle se si trovava bene all’università. In realtà questa era proprio la domanda giusta, perché Irene aveva risposto che era stato suo padre a scegliere la facoltà e che lei come figlia unica non se l’era sentita di opporsi. Intanto dovettero salutarsi, perché arrivati all’Università, ma con l’impegno di continuare la chiacchierata.

Il secondo incontro fu anche più amichevole; Irene gli confidò che se fosse stata viva sua madre avrebbe scelto tutt’altra strada: era affascinata dal teatro, dai costumi, dalla moda. La sua epoca preferita era quella barocca, con i suoi merletti inamidati, i bustini, le parrucche esagerate e fantastiche. Costanzo, a costo di sembrare ridicolo, le raccontò della sua passione per gli angeli. Irene non si era messa a ridere, anzi gli aveva detto che lo considerava un ragazzo sensibile. Si era da allora creata un’intesa che li faceva sentire meno soli, come fino allora erano stati, per via dei loro sogni irrealizzabili.

Più avanti Costanzo si azzardò a chiedere se l’ingegnere aveva costruito dei robot umanoidi; Irene aveva replicato che le invenzioni di suo padre erano poco più che giocattoli, che se li trovava sempre tra i piedi, rischiando d’inciampare. Il discorso inevitabilmente si allargò toccando il punto che premeva a Costanzo: chi era quella angelica fanciulla alla finestra del bovindo? Irene sgranò tanto d’occhi – Costanzo per la prima volta si accorse di quanto fossero grandi e azzurri -; lì per lì non riusciva a capire a che cosa il ragazzo si riferisse, poi scoppiò a ridere: “Povero Costanzo! Quella è la poupette che mi serve per provare le pettinature!”

Post Author: Valeria Cudini

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