GIALLO IN CORSIA

Un racconto breve nato in un contesto ospedaliero a dir poco complesso e diventato, in un secondo momento, una storia godibilissima. Perché una risata, a volte, può salvarci la vita…

di Mirella Vitalini

Possibile che un malato di cuore, ricoverato in ospedale in attesa di operazione, sia preoccupato soprattutto per la perdita dei capelli e per il rischio di rimanere calvo, piuttosto delle sue condizioni di salute? Forse Matteo si paragonava a Sansone… In effetti era alto e robusto e non si dava pace di quella perdita repentina, secondo lui dovuta allo stress procurato dalla difficoltà di dormire nell’ospedale. Così invidiava Edgardo, il suo compagno di stanza, che, pur non dormendo, manteneva una chioma tanto folta da aver bisogno del barbiere ogni due settimane per scorciarla. Al contrario il fisico di Edgardo non era certo invidiabile: piccolo, gracile e  (come usavano dire gli scrittori di una volta) “macilento”. Di notte, mentre Matteo cercava su Internet rimedi alla calvizie, Edgardo si dava a una frenetica lettura di racconti gialli cercando di sostituirsi al detective e dimenticare le precarie condizioni del suo cuore. Poco o niente dormivano anche i pazienti della stanza accanto, la 12. Se Matteo e Edgardo erano tipi opposti, altrettanto si può dire di quelli della 12, tanto che viene da chiedersi – non essendo questo il solo esempio – se il “caso” in realtà non nasconda una precisa logica. Uno si chiamava Ludovico, un piemontese alto e biondo, da poco trasferitosi in Toscana per ampliare il suo commercio di vini pregiati. Aveva aperto un’enoteca vicino al ristorante Mare nostrum di un certo Vincenzo, ed ecco che se lo ritrovava nella stessa stanza d’ospedale.

Questo Vincenzo era il classico tipo meridionale: colorito olivastro, occhi e capelli neri, basso di statura e un po’ grassoccio. La notte si svegliava continuamente e confidava a Ludovico come più delle fibrillazioni lo preoccupasse la gestione del locale in sua assenza. Sperava che, una volta dimessi, il suo compagno lo aiutasse a incrementare la cantina, che non era propriamente ben fornita. Il piemontese ascoltava distrattamente  le chiacchiere di Vincenzo, preferendo dedicare le insonni ore notturne a compulsare volumetti sui vigneti e vini toscani.

Ma ormai dobbiamo spiegare come il virus dell’insonnia avesse preso possesso dell’ospedale cardiologico di M.  Nella stanza n. 13 era ricoverato un solo paziente, certo Diego, ad opera della famiglia, esasperata dalle sue continue urla, ora angosciate, ora rabbiose, particolarmente difficili da sopportare nottetempo. Non parliamo dei vicini, che non avevano mai smesso di fare guerra ai famigliari con telefonate, biglietti, cartelli minatori ecc.; era intervenuto l’amministratore, con scarso successo in verità, ma minacciando di chiamare i carabinieri.

Allora l’ospedale, il cui direttore, professor Michele Musto, era vecchio amico del padre di Diego, era apparsa l’unica opzione praticabile. Così, una volta ricoverato, Diego aveva cessato di creare problemi alla famiglia e cominciato a crearne in ospedale. Di giorno le sue grida si potevano bene o male sopportare, ma nel silenzio notturno tutto il reparto era condannato all’insonnia. In particolare gli occupanti delle camere adiacenti, di cui abbiamo parlato, non ce la  facevano più a passare le notti in bianco e avevano provato più volte a con vincere la caposala ad aumentare la dose di Sonmital che pure tutte le sere gli somministrava. Purtroppo Carmela era una caposala tanto bella quanto inflessibile.

Bruna, formosa, per civetteria o per sbadataggine lasciava intravvedere dallo scollo a “v” del camice, un seno che non aveva nulla da invidiare alla Ferilli o alla Bellucci. Matteo e Ludovico, i belli del gruppo, avevano cercato di circuirla, senza risultato: Carmela affermava che il professore l’aveva messa in guardia dal raddoppiare la dose di Sonmital perché il cuore di Diego non avrebbe retto. “Magari!”mormoravano tra sé i malcapitati pazienti, che avevano il dente avvelenato per i pettegolezzi degli infermieri, secondo i quali il cuore di Diego non aveva problemi, e quanto alla caposala, probabilmente se la intendeva col professore. Intanto giorni e notti passavano e tutti i tentativi di convincere Carmela si dimostravano inutili: i quattro caddero infine nella disperazione più nera vedendo che il Sonmital era stato messo sottochiave. Così la sera stessa si riunirono per trovare una soluzione.

Nella stanza di Matteo ed Edgardo regnavano depressione e incertezza; nessuno voleva ammettere che si trovavano a un vicolo cieco, che sbarazzarsi di un protetto del professore era impresa impossibile. Infine, dopo un paio d’ore di stallo, Diego aveva cominciato a gridare e Ludovico, a quel punto, disse chiaramente che restava solo il delitto. Inaspettatamente nessuno degli altri tre oppose resistenza, tanto erano esasperati; anzi Edgardo, l’intellettuale del gruppo, facendo appello alle sue conoscenze di storie poliziesche, propose in successione: avvelenamento, strangolamento, pugnale, colpo d’arma da fuoco.

La discussione che seguì mise in luce le difficoltà tecniche nel reperire un’arma o gli aspetti cruenti di certe opzioni. Vincenzo fece notare che nella scelta bisognava tener presente di non far cadere la responsabilità del delitto su uno solo. Anche Edgardo era propenso a una soluzione condivisa e appoggiava insieme agli altri la proposta di Matteo, ossia il vecchio sistema di soffocare con un cuscino la vittima:  era poco cruento, efficace e particolarmente adatto a simulare un arresto cardiaco in un malato di cuore. Bisognava però accertarsi che Diego, sotto l’azione del Sonmital, dormisse pesantemente senza accorgersi di quello che capitava intorno. La sera dell’indomani Vincenzo entrò furtivamente nella camera di Diego che dormiva un sonno agitato e si era alzato a sedere al rumore del suo ingresso. Se non si trovava il modo di non farlo svegliare il piano non poteva funzionare. A questo punto entrò in scena Ludovico, ricordando che l’alcol poteva accentuare l’effetto di un sonnifero; proponeva così di far ubriacare Diego grazie al Barolo chinato, un vino di alta gradazione, il gusto stemperato dalla china, che lo rendeva amabilissimo, irresistibile, specie con il cioccolato; Ludovico si sarebbe fatto portare in ospedale da un suo dipendente il vino e i cioccolatini. Bisognava però trovare un pretesto per indurre Diego a bere. Ecco, si poteva dire a Diego che volevano festeggiarlo perché avevano saputo da Carmela che l’indomani sarebbe stato dimesso.

La notte stabilita per l’agguato vede i nostri pieni di dubbi (dobbiamo proprio uccidere un uomo?) e paure, ma anche di voglia di farla finita una volta per tutte.

Così, poco dopo la mezzanotte, entrano di soppiatto uno alla volta nella camera di Diego (che aveva appena assunto il Sonmital) e gli danno la bella notizia delle sue dimissioni. Segue la festa a base di Barolo e cioccolatini: Diego non urla più, è affascinato dal Barolo, che beve in una quantità inimmaginabile, tanto che rimane stordito e cade in un sonno profondo.

Il momento è arrivato: Matteo e Vincenzo prendono un cuscino dall’armadio e tenendolo ciascuno da un lato lo posano sulla faccia di Diego. Mentre gli altri due distolgono lo sguardo, cominciano a premere, ma il cuscino sembra opporre resistenza. È afferrato da Diego, che urla: «Fermi, disgraziati! Datemi un altro bicchiere di Barolo!».

Post Author: Valeria Cudini

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